La Cosciona Regina d’Italia – Capitolo 1

Long, fat legs full of meat

(photo (c) dirtylittlediva.com)

Capitolo 1: Col grasso delle cosce

Riconobbi le cosce di Rossana da lontano. Cosce così sono rare in Italia. Sono di quelle cosce lunghissime, che sembrano non finire mai, ma che oltre ad essere lunghe sono anche molto piene. Persino a cinquanta metri di distanza si stagliano imponenti contro il freddo dell’inverno romagnolo. Ma non è solo per questo che le riconosco con così tanta facilità. E’ soprattutto per via di quello che si portano appresso mentre attraversano la piazza, tra gli occhi increduli delle massaie, inorridite da cotanta ostentazione di lusso, agli sguardi del bar sempre affollato di vecchi marpioni, che a settantanni ancora cercano l’avventura disinteressata. E di fronte a questi avventori affamati di sesso Rossana amava passeggiare, perchè questi non avevano mai problemi ad esprimere il loro apprezzamento per le sue forme più che giunoniche, in modo anche grezzo, ma sincero.

D’altra parte, con alcuni di questi loschi figuri Rossana aveva anche avuto qualche incontro, se non altro per curiosità. La maggior parte erano dei buoni a nulla, interessati solo a parlare ad alta voce di se con gli amici del bar, ed incapaci di far godere una donna. Per cui il suo vero interesse verso di loro era sotto lo zero. Le piaceva solo sentire i loro commenti volgari quando mostrava un ettaro delle sue coscione.

Tuttavia vi era uno di questi signori che sembrava quasi un vero uomo, o perlomeno degno di tale qualifica. Intanto non era decrepito come gli altri: avrà avuto una sessantina d’anni, sebbene non ne dimostrasse nemmeno cinquanta, e li portava con una forte personalità. Aveva un fascino tipo Fellini, sguardo un po’ burbero, ma movimenti gentili. Lo vedeva tutte le mattine, quando si recava al bar per fare colazione. Mentre ordinava il cappuccino con le solite tre paste, una alla crema, una alla marmellata e un bombolone di cioccolata, osservava di sfuggita l’uomo, sempre seduto allo stesso tavolino a leggere, e a volte a scrivere. Era del tutto diverso dagli altri rozzi individui, e non era facile capire cosa ci facesse in quel covo di contadini in calore, improvvisamente risvegliati dall’andropausa.

Di solito non alzava mai lo sguardo, o almeno così sembrava a lei. Ma a volte i loro occhi si incrociavano. Non ci volle molto a Rossana per capire che era molto attratto dalle sue cosce. Quando poi indossava minigonne, proprio non riusciva a toglierle gli occhi di dosso. Guardava, guardava, senza quasi preoccuparsi di essere beccato. Allora un bel giorno, Rossana decise di mettersi una delle sue gonne più corte e vaporose senza nemmeno mettersi le calze, giusto per vedere cosa succedeva.

Appena entrata nel bar, subito sentì il suo sguardo su di lei, come se la stesse mangiando con gli occhi, senza pudore. Diversamente dagli altri derelitti, dimostrava una passione vera, totale, intensa. Non aveva nemmeno bisogno di guardarlo per sentirla. Ordinò le sue paste e il cappuccino, sapendo che lui avrebbe sentito la sua ordinazione. Appena ebbe la pasta alla crema tra le mani, si girò lentamente, ancheggiò il suo peso su una gamba e reclinò l’altra, in una posa classica da Giunone imperiale. Voltandosi verso di lui, ricambiò lo sguardo.

Lui era lì seduto, intento a guardarla, e sembrava quasi in preda ad un’estasi sognante. Rossana poteva sentire i suoi occhi accarezzare la cellulite delle sue gambe, orgogliosamente esposta come un gioello rarissimo. Nessuno in paese aveva cosce grasse come le sue.

I loro sguardi si incrociarono e si fissarono a lungo, senza timori o preconcetti. Finchè, sorprendentemente, lui prese la parola e con un sorriso complice e cordiale le chiese,

“Buona la pasta alla crema, vero?”

Rossana fu colta leggermente di sorpresa. Non si aspettava tanto ardire.

“Ah, è buonissima… ma se dessi retta alla voglia, ne mangerei cinque o sei…”

“Forse dovrebbe,” rispose lui, abbassando di nuovo lo sguardo sulle sue cosce.

“Eh, ma cosa vuole, non vede che non ho più calze da mettermi? Mi vanno tutte strette ormai.”

“Vedo. Vedo bene, …” rispose lui senza scomporsi minimamente.

Rossana era in effetti un po’ sbigottita da tanta nonchalance e tranquillità. Non era nemmeno sicurezza quella del suo ammiratore, quanto un’inevitabilità, una dimostrazione di ammirazione in un certo senso sottile, in un altro spudorata.

Dopo alcuni secondi di silenzio, l’unica cosa che le venne fu chiedergli, “Vuole un bicchiere di latte caldo? Offro io.”

“Volentieri,” disse lui con un sorriso furbescamente signorile.

“Allora, lei che fa di bello? Oltre a guardarmi le cosce, s’intende”

“Scrivo. Collaboro ad una rivista d’arte.”

“Quale arte in particolare?”

“Mi occupo di curve femminili.”

“Una… bella specializzazione, direi”

“La più antica e la più stimolante, senza dubbio. Ah, tra parentesi, io sono Edoardo”

“Rossana.”

“Possiamo darci del tu?” propose Edoardo.

“Io vorrei darti del tu, ma preferirei che tu mi dessi del lei.”

“Non c’è problema. Anzi, mi sembra il minimo, con delle gambe così!” disse Edoardo, con un gran sorriso.

Nel frattempo Rossana aveva accavallato le cosce, mostrando un mezzo quintale di bellissima carne. Le prosperose montagne di grasso dei suoi fianchi e delle sue gambe facero sì che la gonna, vaporosa come quella di una Marylin grassa, si sollevasse, scoprendo un largo cortile adornato della più lussuosa cellulite.

Rossana aveva due coscione ingrassate a dovere. Nonostante la giovane età erano lunghe e piene, floride e succose, un vero paradiso dei sensi. Erano soprattutto cariche di lardo, tanto e abbondante da essere ammucchiato in sacchi grondanti amore e bellezza. Tale abbondanza emergeva ben visibile sotto la gonna, che non riusciva a celare l’imponenza delle sue gambe tanto era copioso il grasso che le adornava. Sembravano appunto degli autentici sacchi di pura cellulite, pieni fino all’orlo di pan di spagna inzuppato nella crema più burrosa. Quest’ultima scorreva a fiumi lungo quelle coscione, e se ne potevano ammirare le increspature deliziose che altro non richiedavano se non la lingua di un amante, per assaporare in modo degno tutta la loro meravigliosa morbidezza.

A questo Edoardo pensò mentre guardava senza vergogna: pensò di leccarle le montagne di cellulite, a una a una, massaggiando allo stesso tempo quegli enormi prosciuttoni. Pensò ad amarla con sincerità, e pensò di godere di quell’amore il resto della sua vita. E mentre rifletteva, quei pensieri sembravano trasformarsi in ricordi al punto da farlo sentire adolescente una seconda volta. Si leccò le labbra, come amava fare a quel tempo, sfregandosi poi la lingua sul palato. Gli sembrava quasi di sentire il burro di quella florida cosciona sciogliersi dentro la sua bocca.

A guardarle erano talmente belle che facevano venire fame. La loro maestosità si stagliava contro la luce tiepida del bar, che evidenziava con piacere i loro gnocchi di bellezza. Il fatto che esponesse tutto quel bendidio così generosamente la rendeva ancora più divina. Veniva voglia di allungare la mano e palpare quelle meravigliose gambe da matrona esposte in modo così indecente.

Di pari passo all’indecenza vi era tuttavia una classe e un orgoglio propri di una imperatrice romana. E con la classe di una regina si divertiva a distrarlo, giocherellando con i lembi della sua gonna e passando le dita dentro le fossette di cellulite, la stessa cellulite che Edoardo si mangiava con occhi.

Parlarono d’arte per una decina di minuti, lui discutendone, e lei mostrando le sue generose doti naturali. Al momento di lasciarsi, Edoardo la invitò a cena a casa sua, la sera stessa. Rossana prese il suo biglietto da visita quasi con noncuranza ma con abbastanza attenzione da parmettergli di buttare gli occhi nella sua profonda scollatura. Quindi si avviò al lavoro con un sorriso orgoglioso, sollevandosi la gonna di tanto in tanto per irradiare lo sguardo dei passanti con la sua abbondante eleganza.

(photo (c) dirtylittlediva.com)

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